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Justice |
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Justice #1 - 12 (2007)
Justice 1 - 6 (Planeta DeAgostini)
di Jim Krueger, Doug Braithwaite, Alex Ross
E se tutti i peggiori criminali unissero le forze per sconfiggere gli eroi della Terra? Forse inizierebbe l’ora più buia della Lega della Giustizia...
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Justice fin dal titolo ha a che fare con il concetto di “ideale”.
L’ideale di giustizia, che sta lassù nell’iperuranio delle divinità volanti, e che "move il sole e l’altre stelle".
L’ideale di storia sui supereroi, epica, lunga, di grande respiro, con un brivido di Apocalisse che si presagisce all’inizio e si sente lungo tutta la schiena nelle parti finali dell’opera.
L’ideale di supereroe per antonomasia incarnato dall’intero pantheon dei personaggi DC, a loro volta nella loro versione ideale, quella nota all’immaginario collettivo, libera da questioni terrene come la continuity dei prodotti seriali.
Anche le intenzioni artistiche vorrebbero essere quelle ideali: Alex Ross non solo è il disegnatore (o meglio, l’illustratore) più rappresentativo della DC, colui che con il suo tratto iperrealista ha consolidato immutabilmente il canone estetico di Superman, Batman e tutti gli altri, ma è uno dei maggiori fautori di un ritorno a un’iconicità vicina alla sensibilità della Silver Age (basti leggere la sua introduzione a La Società Dei Mostri Del Male), che per molti rimane il periodo “ideale” della storia editoriale della casa editrice newyorkese.
I problemi arrivano però quando ci si scontra con la realtà, che purtroppo è tutt’altro che ideale. E nella realtà se non si hanno i piedi piantati per terra, se non si fanno i conti con i compromessi della ragione e si preferisce vagheggiare grandezza e maestà librandosi nell’aria, non si va molto lontano. Questo è il difetto fondamentale di Justice, ciò che rende la miniserie un capolavoro mancato: la voglia eccessiva di costruire qualcosa di grande, la smania di dover trasformare ogni pagina in una splash page, ogni vignetta in una scena di combattimento dalle prospettive impossibili, ogni dialogo in uno scambio di sentenze a metà tra Omero e lo humour metropolitano, credendo che basti a trasformare un racconto a fumetti in un capolavoro.
L’inizio, di certo, è fulminante, o almeno lo è a una prima lettura. Immagini da una fine del mondo annunciata (o meglio, sognata), accompagnate da una magniloquente riflessione “out” di Lex Luthor, in cui i nostri eroi assistono inermi e sconfitti alla fine dell’umanità. A seguire, per tutta la durata dei primi due numeri, prende forma il complotto ordito da Braniac e Luthor, in cui i due, a capo di tutti i criminali dell’universo DC, costruiscono città avveniristiche in cui vengono sconfitti i grandi flagelli dell’umanità (fame, malattie, desertificazione, e così via) e passano come i benefattori dell’umanità a discapito dei membri della Justice League, i quali, in segreto, vengono sistematicamente messi fuori gioco da agguati letali. Il ritmo della lettura è incalzante grazie soprattutto a un uso spregiudicato dei cliffangher a fine numero, e una leggera patina dark aggiunge drammaticità agli eventi.
Ovviamente i nostri eroi non possono rimanere a lungo fuori gioco, né si può pensare di vederli morire nemmeno a metà storia. L’entrata in scena di seconde linee come Capitan Marvel, Elongated Man e lo Straniero Fantasma, trascurate fin troppo imprudentemente dai supercriminali (e dagli autori), si rivela provvidenziale per la salvezza di Superman, Batman, Wonder Woman, Flash, Aquaman e Lanterna Verde, i quali poi trovano il tempo di riorganizzarsi e studiare la controffensiva fino alla scontata battaglia finale. E’ in questa parte che Ross (sua la sceneggiatura) sembra perdersi in un bicchiere d’acqua. Sebbene egli debba solo raccontare il piano della Justice League per combattere i supercriminali, con giusto qualche colpo di scena qua e là (il rapimento degli amici degli eroi, la scoperta delle larve che controllano la mente - ripensate un attimo a Venga il Tuo Regno), la narrazione diventa pesantemente farraginosa, caotica, schiava di splash pages e inquadrature mozzafiato quasi sempre fini a sé stesse, e i dialoghi suonano impersonali nel loro tentativo di sputare un aforisma ad ogni balloon. I pensieri di Superman, le paure di Wonder Woman di fronte alla morte, la razionalità di Batman e Lanterna Verde o il sobrio amore tra Freccia Verde e Black Canary rimangono belle idee che su carta sanno di incompiuto: non bucano la pagina, mancano di calore e sembrano finalizzate più che altro a “far filare” la storia e a enfatizzare, come se ce ne fosse bisogno, la grandezza delle icone e delle loro gesta. Manca l’attenzione per le piccole cose, per i momenti di passaggio nelle fasi dell’intreccio, per qualunque cosa non sia necessariamente “grande”. In una parola, manca umanità.
Una considerazione sull’Alex Ross disegnatore. E’ indubbiamente un virtuoso del pennello e le sue illustrazioni sono ormai parte integrante dell’iconografia DC. Tuttavia la sua ostinazione nel rappresentare gli eroi come negli anni ’50, ossia come dei robusti quarantenni vestiti con calzamaglie cucite in casa, appare terribilmente stridente e demodé, specialmente se abbinata al suo iperrealismo stilistico. Nell’epoca dei tessuti sintetici, dei pantaloni a vita bassa, delle pubblicità di profumi con corpi scolpiti di uomini e donne poco più che ventenni, vedere un corpulento Superman con i mutandoni e un accenno di doppio mento dà lo stesso senso di imbarazzo dello scoprire il proprio padre giocare da solo con le macchinine.
Un’ennesima dimostrazione che il reale è assai più lontano di quanto non vorremmo dall’“ideale”. |

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